Disoccupazione femminile: i dati preoccupano

Disoccupazione femminile: i dati preoccupano

La difficile scalata delle donne nel mondo del lavoro

La disoccupazione femminile in Italia

I numeri del lavoro femminile in Italia sono sconfortanti: i dati indicano che siamo indietro rispetto agli altri Stati europei.

Sembra quasi assurdo dirlo nel 2022, eppure ancora oggi nel nostro Paese una donna su due non ha un lavoro retribuito. A rilevarlo è il Bilancio di genere 2021 a cura del Dipartimento della ragioneria generale dello Stato, che colloca l’occupazione femminile al 49%. Si tratta del dato peggiore dal 2013.

Ad aggravare il fenomeno è stata la pandemia da Covid-19: le donne sono state le più colpite dalla crisi economica e le prime a perdere il posto in caso di contratti precari o a termine, soprattutto nella fascia d’età 25-49 anni.

Ma quello del divario di genere è un tema che ha radici più profonde ed è dovuto in gran parte alla cultura sociale e ai retaggi storici che, da decenni, nonostante i notevoli passi avanti fatti negli ultimi anni, continuano a considerare la donna madre e casalinga un lavoro non pagato.

Disoccupazione femminile: le cause

Le cause della disoccupazione femminile

Il tasso di disoccupazione femminile in Italia è del 10,2%, esattamente due punti percentuali in più rispetto a quello degli uomini (8,2%). Tuttavia il concetto di disoccupazione è complicato e potenzialmente ingannevole, perché dipende dal fatto che le persone dichiarino o meno di stare cercando lavoro.

Per questo è importante guardare al tasso di occupazione femminile. Anche in questo caso la situazione non cambia, anzi: la distanza tra il dato femminile e quello maschile è pari a 18,2 punti percentuali, contro i 10,1 punti della media europea. Il confronto con gli altri Stati dell’Unione, d’altra parte, è sconfortante: come evidenzia Rainews, nei Paesi nordici il tasso di occupazione femminile supera addirittura l’80%.

L’Italia si colloca quindi al penultimo posto della classifica europea, a soli pochi punti dalla Grecia, fanalino di coda.

A cosa è dovuto quindi questo profondo divario? Il fenomeno è sicuramente connesso al ruolo che la donna ricopre da sempre all’interno della famiglia. Per quanto negli ultimi decenni ci sia stato un evidente cambiamento culturale in tal senso, stando agli ultimi dati Istat il 67% del lavoro di cura domestica e familiare nella coppia viene ancora oggi sostenuto dalla donna.

Questo aspetto si ripercuote anche nel mondo del lavoro, dove continuano a esistere discriminazioni sistematiche di genere. Le donne sono spesso costrette ad accettare impieghi part-time o ruoli ridimensionati con, di conseguenza, retribuzioni più basse.

Disoccupazione femminile e Covid-19

Disoccupazione femminile e Covid

Negli ultimi due anni il Covid-19 ha aggravato la situazione. La crisi generata dalla pandemia ha accentuato le differenze di genere, colpendo soprattutto alcune categorie.

In Italia le donne lavorano principalmente come dipendenti, mentre calano sempre di più le imprese a conduzione femminile. Nel Bilancio di genere 2021 viene riportato, inoltre, il fatto che nel 2020 non ci sia stata nessuna donna amministratore delegato nelle grandi aziende quotate nella Borsa italiana.

A essere maggiormente penalizzate sono le mamme, che abbandonano la carriera per occuparsi dei figli, non potendo permettersi una babysitter o un asilo nido privato. Le madri si sacrificano così per prendersi cura della famiglia, colpita dagli effetti economici della pandemia.

Il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare è al 53,3%, quello delle donne senza figli al 72,7%. La stessa sottosegretaria al ministero dell’Economia, Maria Cecilia Guerra, ha affermato in un’intervista a La Stampa che “l’aggravarsi della situazione delle madri, soprattutto quelle più giovani, dimostra, come se ve ne fosse ancora bisogno, che al di là della retorica del sostegno alla maternità, nel nostro Paese figli e lavoro continuano a essere largamente inconciliabili”.

La situazione dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno

Se l’occupazione delle donne al Nord preoccupa, nel Sud Italia la situazione è ancora più drammatica. L’allarme è stato lanciato dal Centro studi di Confcommercio, che ha evidenziato come nel Mezzogiorno nella fascia d’età 15-64 anni il tasso di occupazione femminile sia crollato al 33%, contro il 59,2% del Centro-Nord. Come evidenziato dallo stesso report, la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è una delle cause della bassa crescita del Mezzogiorno.

Problematico anche il tasso di disoccupazione femminile: nel Settentrione è pari al 7%, mentre nel Sud della penisola raggiunge il 17,9%.

L’aiuto dal PNRR

La promozione dell’occupazione femminile

Un rimedio alla disoccupazione femminile in Italia potrebbe arrivare dall’attuazione del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR). Il decreto legge per la governance del Piano, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, obbliga infatti gli operatori economici a destinare ai giovani under 36 e alle donne almeno il 30 per cento dell’occupazione aggiuntiva creata con l’assegnazione dei fondi.

L’Italia deve infatti promuovere l’innalzamento dei tassi di occupazione femminile e giovanile, come richiesto dall’Unione Europea. Per garantire una corretta applicazione della clausola, sono state emanate le “Linee guida per favorire la pari opportunità di genere e generazionale, nonché l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità nei contratti pubblici finanziati con le risorse del PNRR e del Pnc”. L’obiettivo ultimo, per il triennio 2024-2026, è di arrivare a un incremento del lavoro femminile di almeno il 4%. Un piccolo miglioramento, ma fondamentale per raggiungere nuovi traguardi.