Le donne nello sport in Italia: un binomio sempre più stretto

Le donne nello sport in Italia: un binomio sempre più stretto

Il movimento si allarga, ma resta molto da fare

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Fino a qualche decennio fa lo sport, specie a livello professionistico, era considerato una prerogativa maschile. Oggi, tuttavia, anche le atlete donne stanno riuscendo con fatica a ritagliarsi uno spazio importante in questo ambito.

I mondiali di calcio femminile, ad esempio, adesso vengono trasmessi in tv e le campionesse di questa disciplina sono spesso impegnate in prima linea per ottenere la parità salariale rispetto ai colleghi uomini. Da decenni, inoltre, le atlete italiane sono ai vertici di ciclismo, scherma e nuoto con una risonanza mediatica che tuttavia è spesso più forte all’estero che nel Belpaese.

Donne e attività sportiva

Ad ogni modo, sono sempre di più le appassionate che svolgono attività fisica anche a livello amatoriale, ricavandone benefici fisici e psicologici: ciò nonostante, la parità di genere nello sport resta ancora lontana.

Stando alle statistiche sulle differenze di genere nello sport diffuse dal Censis lo scorso giugno, sono quasi 20 milioni gli italiani che lo praticano; circa 8 milioni e mezzo di questi sono donne. Le sportive rappresentano, dunque, un buon 43,3% del totale, ma i margini di crescita sono ancora ampi, specie se consideriamo che la componente femminile rappresenta il 51,1% della popolazione.

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) è impegnato in prima linea nel monitorare il fenomeno e nel favorire la crescita del movimento femminile. Una strada ancora lunga, che passa attraverso una maggiore presenza di donne in ambito decisionale, un’equa retribuzione e un’adeguata risonanza mediatica delle manifestazioni.

La differenza di genere nello sport in Europa

Attività sportiva femminile

Favorire l’attività fisica tra le donne è doppiamente importante. Non solo è un toccasana per mente e corpo, ma produce effetti benefici anche a livello comunitario. È sufficiente osservare i Paesi europei in cui le donne praticano più sport per rendersi conto che si tratta di società più inclusive.

Stando a un’elaborazione del Censis su dati Eurostat, nel 2019 il podio della classifica delle nazioni europee con una quota maggiore di sportive era occupato da Paesi Bassi (61,9%), Danimarca (58,8%) e Svezia (58,2%). Due anni più tardi, gli stessi Paesi ricoprivano le prime tre posizioni anche nella classifica europea della parità di genere stilata attraverso il Gender Equality Index calcolato dall’EIGE.

L’Italia, al contrario, si trova in fondo a entrambe le classifiche, con appena il 18,8% delle donne che nel 2019 dedicava almeno 150 minuti a settimana all’attività fisico-sportiva. Lo stesso indice di uguaglianza del Belpaese arrivava a 63,8 nel 2021, ben più basso dell’83,9 totalizzato dalla Svezia capolista.

Le politiche per ridurre il gap

Fortunatamente le istituzioni europee sono all’opera per ridurre la differenza di genere nello sport con politiche concrete. L’EIGE, infatti, già nel 2018 è stato incaricato dal Consiglio d’Europa di raccogliere dati in questo ambito e di verificare la presenza di cambiamenti.

Si sottolinea a tal proposito la politica delle quote introdotta nel 2022. Questa iniziativa stabilisce che entro la metà del 2026 almeno il 40% dei posti non esecutivi nei Consigli di amministrazione delle Confederazioni sportive dovrà essere ricoperto da donne, così come almeno il 33% dei ruoli esecutivi e non esecutivi. In concreto, si tratta di presidenti, vicepresidenti, membri e dirigenti che contribuiranno attivamente a portare il punto di vista femminile anche in ambito decisionale.

Sullo sfondo, comunque, si ricorda l’impegno complessivo nella riduzione delle disuguaglianze di genere in ogni ambito. Agire sulla cultura e sul lavoro è infatti il primo passo per rendere più inclusiva la società, con riflessi indiretti anche sulla pratica sportiva. Sono molti i fondi di coesione europei che sono stati stanziati in questo campo e contro gli stereotipi di genere, sia nel ciclo 2014-2020 che in quello 2021-2027. Senza dimenticare i progetti per la promozione della pratica sportiva, anche nei contesti più periferici.

L’altra grande battaglia per raggiungere la parità di genere riguarda la questione salariale. Un confronto tra le retribuzioni maschili e femminili oggi risulta a dir poco impari, specie nelle discipline più “ricche” come il calcio e il basket. Lo stipendio medio di una cestista della WNBA ad oggi è di 110 volte inferiore rispetto a quello di un collega della NBA americana.

La FIFA ha provato a colmare il gender gap, portando i bonus per la Coppa del Mondo femminile di quest’anno a 135 milioni di euro, con un aumento del 300% rispetto all’edizione precedente. Ciò nonostante, la differenza con il montepremi del Mondiale maschile (400 milioni nel 2022) è ancora rilevante.

Secondo un rapporto della FIFPRO (Federazione Internazionale delle Associazioni delle calciatrici professioniste), inoltre, solo il 40% delle giocatrici che hanno preso parte alla Coppa del Mondo femminile si considerava una calciatrice professionista e il 66% delle atlete ha dovuto prendere un congedo o delle ferie per partecipare.

Verso la parità per le atlete donne

Nonostante la strada verso la parità di genere nello sport resti in salita, i miglioramenti in Italia si possono già toccare con mano. All’interno delle 44 federazioni sportive nazionali sotto l’egida del Coni, infatti, le quote rosa continuano ad aumentare.

Nella legislatura che porterà lo sport italiano alle Olimpiadi di Parigi 2024, le donne elette o nominate vicepresidenti sono ben 13. Le consigliere, poi, sono passate da 50 a 120. Il merito è dell’articolo 5.1.5 dei “Principi Fondamentali” del Coni, fortemente voluti dal numero uno dello sport italiano Giovanni Malagò nel 2018, che prescrivono la presenza di componenti di genere diverso nei Consigli federali in misura non inferiore a un terzo del totale dei componenti.

A partire dalla stagione 2022-2023, anche il calcio femminile italiano ha vissuto una vera e propria rivoluzione. Le giocatrici di Serie A, infatti, per la prima volta sono diventate professioniste. “Ora l’obiettivo – ha ricordato il presidente della Figc Gabriele Gravina – è trovare le risorse adeguate”. Un percorso che passerà da aumenti salariali.

Donne e sport nella storia

La minore risonanza mediatica di cui lo sport femminile gode si rivela spesso un freno per la crescita di molte atlete. Ciò nonostante, le donne e lo sport nella storia rappresentano un binomio solido.

Che dire, ad esempio, di Nadia Comaneci? La ginnasta rumena che per prima conquistò un 10 alle Olimpiadi di Montreal del 1976 è da sempre una leggenda assoluta dei Giochi, al pari di Carl Lewis o Michael Phelps. Lo stesso vale per la inglese Charlotte Cooper, prima grande tennista della storia e vera e propria apripista per la pratica di questa disciplina. Se pensiamo che debuttò a Wimbledon addirittura nel 1893, la sua vicenda risulta davvero rivoluzionaria.

Una considerazione che non vale solo a livello internazionale, ma anche nel Belpaese. Tra le discipline più gettonate alle Olimpiadi spiccano da sempre atletica e nuoto. Non a caso, già nei primi anni ’80 è riuscita a diventare un’icona sportiva anche Sara Simeoni, che conquistò la medaglia d’oro nel salto in alto alle Olimpiadi di Mosca. Tra le leggende più recenti dello sport italiano, poi, è impossibile non citare Federica Pellegrini, protagonista in cinque diverse edizioni dei Giochi e vincitrice di un oro nei 200 stile libero a Pechino 2008.

Campionesse di scherma e ciclismo femminile

Sono tante le campionesse di scherma italiane nella storia delle Olimpiadi

Tra gli sport in cui il nostro Paese è da sempre protagonista a livello femminile spicca la scherma. Tra le campionesse italiane il nome più noto è quello di Valentina Vezzali. Vincitrice di 6 ori, 1 argento e 2 bronzi alle Olimpiadi, si tratta di una delle atlete più longeve e premiate nei Giochi. Dalla prima medaglia d’argento, conquistata ad Atlanta 1996, all’ultimo bronzo, raccolto a Londra 2012, è rimasta la donna da battere nel panorama del fioretto. Uno scettro che, prima di lei, era appartenuto a Giovanna Trillini – oro a Barcellona 1992 e bronzo ad Atlanta 1996 e ad Atene 2004 – e che in seguito è stato raccolto da Elisa Di Francisca, oro a Londra 2012 e argento a Rio 2016. L’esperienza della Vezzali, inoltre, si è conclusa in pedana, ma è proseguita anche in ambito politico. Tra il 2021 e il 2022 è stata sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega allo sport nel governo Draghi.

Un altro esempio di parità di genere nello sport lo offrono anche le cicliste italiane. Una su tutte è Alfonsina Strada, che nel 1924 gareggiò ufficiosamente al Giro d’Italia circondata da uomini. La sua storia è stata d’ispirazione per generazioni di ragazze e ha contribuito indirettamente alla gloriosa carriera di Alessandra Cappellotto, la prima italiana a laurearsi campionessa del mondo su strada nel 1997 a San Sebastian. Per quanto riguarda la mountain bike, i nomi più importanti ad aver vestito la maglia azzurra sono sicuramente quelli di Giovanna Bonazzi, due volte campionessa mondiale, e Paola Pezzo, oro ad Atlanta 1996 e a Sydney 2000.