Il gender gap nella maternità in Italia

Il gender gap nella maternità in Italia

La situazione delle mamme lavoratrici e le problematiche sul lavoro

Maternità e lavoro in Italia

Negli ultimi tempi in Italia si parla molto di natalità e maternità. I 393mila nati nel 2022 sono l’ennesimo record negativo, in un Paese che vede un’ininterrotta contrazione delle nascite sin dal 2009. Una situazione che sta destando allarme, legata, almeno in parte, al complesso problema del bilanciamento lavoro – vita privata.

Congedo di maternità: la situazione in Italia

Per cercare di invertire la tendenza, il dibattito politico si è spesso focalizzato sul miglioramento del congedo di maternità, visto come insufficiente.

Già, ma quanto dura la maternità in Italia oggi? La legge prevede un’astensione obbligatoria dal lavoro di 5 mesi, retribuita all’80% dello stipendio. Il periodo in realtà è flessibile: normalmente è previsto che siano i due mesi precedenti la data presunta del parto e i tre successivi, ma con parere medico positivo possono essere spostati in avanti, con più tempo dopo la nascita del bambino.

Oltre al riposo obbligatorio, le mamme hanno anche altre tutele, come il divieto di effettuare lavori gravosi o turni notturni in gravidanza. Esistono poi ulteriori possibili congedi parentali, che riguardano entrambi i genitori.

Per cercare di migliorare la situazione delle madri italiane, sono stati investiti anche i fondi di coesione europei. Tra il 2014 e il 2020 sono stati finanziati 776 progetti sul tema per quasi 110 milioni di euro. Al centro aiuti per le madri disoccupate, dipendenti e autonome, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza all’infanzia.

Maternità e discriminazione in Italia

Maternità e discriminazione in Italia

In Italia la situazione non è semplice. La discriminazione delle madri-lavoratrici, prima e dopo il parto, è infatti un problema comune nel nostro Paese.

Purtroppo molti datori di lavoro chiedano se le donne sono intenzionate ad avere figli e preferiscono puntare sui colleghi uomini.

La discriminazione post-gravidanza include invece la preclusione delle opportunità di carriera, ma spesso sono le donne stesse che scelgono di dimettersi per la scarsa flessibilità offerta dall’azienda.

Impossibilità di avere permessi o di poter usufruire di orario lavorativo ridotto, scarso supporto del datore di lavoro nel fornire strumenti utili come asili nidi aziendali o bonus babysitter e un generale disinteresse verso la maternità, vista come un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi aziendali, portano di fatto le madri-lavoratrici di fronte all’obbligo di una scelta tra maternità e carriera professionale.

Secondo gli ultimi dati diffusi da Save the Children, il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattivo. Questa percentuale sale all’aumentare del numero di figli: fino al 52,5% delle donne con tre o più figli risultano non attive.

Gender gap e congedo parentale

Gender gap e congedo parentale

Per quanto riguarda il congedo parentale in Italia, è ancora evidente l’esistenza di un gender gap in questo ambito.

I padri infatti hanno diritto solamente a 10 giorni di congedo, che possono essere presi anche in via non continuativa tra gli ultimi due mesi di gravidanza e i primi cinque mesi di vita del bambino. Questo, oltre a non essere molto per il padre, crea delle difficoltà anche per la madre, che può contare poco sull’aiuto del partner.

In parziale soccorso viene un altro congedo parentale, questa volta facoltativo. Tale misura può essere scelta da entrambi i genitori per un periodo non superiore a 10 mesi (e a 6 mesi per genitore) nei primi 12 anni di vita del bambino, elevabili a 11 se il padre si astiene dal lavoro per almeno 3 mesi. Questo congedo però è retribuito solamente al 30% dello stipendio e per un massimo di 9 mesi complessivi. A partire da gennaio 2023, uno di questi 9 mesi è indennizzato all’80% della retribuzione, a condizione però che sia goduto entro il sesto anno di vita del bambino.

Nonostante gli ultimi miglioramenti, esiste comunque un evidente gender gap in relazione al congedo parentale. Si pensi per esempio che in Svezia le famiglie con un neonato o un bambino adottato hanno diritto a 480 giorni di congedo pagato, 90 a testa per padre e madre, il resto distribuibili liberamente.

In Italia, purtroppo, siamo ancora lontani da questi risultati e da un’equa distribuzione del carico di lavoro della genitorialità.