L’insegnante di sostegno, figura chiave per la scuola

L’insegnante di sostegno, figura chiave per la scuola

Un ruolo centrale per una didattica inclusiva

Insegnante di sostegno

Un antico proverbio recita: “Un buon maestro è come una candela: consuma se stesso per dare luce ad altri”. Quella dell’insegnamento è a tutti gli effetti una missione che richiede dedizione e tanta passione. Ciò vale, ancora di più, quando si parla di bambini con disabilità.

Per diventare insegnante di sostegno occorre seguire il giusto iter qualificante ed essere dotati di empatia e spiccate capacità relazionali.

Come indicato dal sito del Ministero dell’Istruzione, il docente per le attività di sostegno è una figura specializzata assegnata alla classe dell’alunno con disabilità “per favorire il processo d’integrazione”. Tuttavia nella vita di tutti i giorni questa figura non si limita a seguire i bambini con difficoltà, ma contribuisce attivamente a rendere il percorso scolastico inclusivo per tutti gli studenti.

Si tratta di un docente a tutti gli effetti, con voce in capitolo nel consiglio di classe, in grado di organizzare le attività dell’alunno o dell’alunna e di creare una rete che coinvolge anche gli altri insegnanti e i genitori. Inoltre può proporre prove e test in linea con le abilità e le esigenze dello studente e si interfaccia con i colleghi per programmare interventi individualizzati.

Come diventare insegnante di sostegno

Vista l’importanza e la complessità del ruolo, è necessario dimostrare di possedere diverse competenze specifiche in ambito pedagogico, comunicativo, didattico e psicologico da sviluppare durante un iter formativo.

Solo a quel punto sarà possibile richiedere l’abilitazione attraverso un percorso di specializzazione, della durata di un anno, che si tiene negli atenei autorizzati dal Ministero dell’Istruzione e che prevede anche lo svolgimento di un tirocinio di almeno 300 ore. Al termine del corso, si potrà insegnare nei posti disponibili partecipando al relativo concorso a cattedra, bandito ogni due anni, che prevede quattro esami (tre scritti e un orale) per la selezione.

I requisiti necessari per diventare insegnate di sostegno

requisiti insegnante di sostegno

I requisiti per diventare insegnante di sostegno differiscono a seconda che si faccia domanda in una scuola primaria e dell’infanzia, oppure in una scuola secondaria.

Per diventare insegnante di sostegno in una scuola dell’infanzia o primaria occorrono:

  • Il titolo di abilitazione all’insegnamento, conseguito con il corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Scienze della Formazione primaria, o un corso analogo straniero;
  • in alternativa, il diploma di Scuola secondaria di secondo grado magistrale con valore abilitante e il diploma di Scuola secondaria di secondo grado sperimentale con indirizzo linguistico, oppure il titolo di abilitazione all’estero, conseguiti entro l’anno scolastico 2001/2002 (una regola quest’ultima che varrà solo fino all’anno scolastico 2024/2025, dopo il quale sarà possibile rientrare nelle selezioni del TFA solo in possesso di laurea);
  • due annualità di servizio, anche non continuative, svolte nel corso degli ultimi otto anni scolastici in una scuola dell’infanzia o primaria.

Se si opta per la secondaria, i requisiti necessari per diventare insegnante di sostegno sono:

  • Il titolo di abilitazione all’insegnamento, che si consegue con il corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Scienze della Formazione, o un corso analogo straniero, oppure con laurea quadriennale (vecchio ordinamento) o una laurea specialistica/magistrale (nuovo ordinamento), dopo aver concluso il TFA (Tirocinio Formativo Attivo);
  • in alternativa, una laurea magistrale idonea all’accesso a una classe di concorso per la quale si concorre e 24 Crediti formativi universitari (CFU) aggiuntivi da conseguire nelle materie psico/socio/antropologiche e metodologiche.

In entrambi i casi, per insegnare bisogna anche aver ottenuto la specializzazione sul sostegno attraverso un corso ad hoc e aver superato gli appositi concorsi.

Il corso di specializzazione dura un anno, comprensivo di almeno 300 ore di tirocinio, e si effettua presso le università autorizzate dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Per accedervi bisogna superare un test preselettivo, costituito da 60 quesiti a risposta multipla.

Concluso il corso, si potrà partecipare al concorso a cattedra per l’insegnamento, bandito ogni due anni, nel quale un certo numero di posti sono riservati al sostegno. Come già anticipato, il concorso prevede quattro esami, di cui tre prove scritte e una orale. Chi lo supera viene inserito nelle graduatorie di merito a seconda dei posti messi a bando per la Regione per la quale si è concorso.

La normativa in vigore per gli insegnanti di sostegno

La figura professionale dell’insegnante di sostegno è stata introdotta nella scuola dell’obbligo italiana con la legge n. 517 del 4 agosto 1977 per soddisfare le necessità educative dello studente affetto da disabilità, che sono differenti rispetto a quelle dei suoi compagni, e consentirne l’inserimento all’interno del contesto scolastico.

Di recente, con il Decreto Legislativo n. 66 del 12 aprile 2017, la formazione e il ruolo dell’insegnante di sostegno sono stati ridefiniti ulteriormente, con l’obiettivo di consolidare e approfondire la sua funzione pedagogica, volta a rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono una naturale integrazione scolastica degli studenti disabili.

L’insegnante di sostegno, infatti, coopera con il docente nel creare nelle classi un clima solidale e favorevole all’inclusione e partecipa in modo attivo alle attività didattiche, supportando il gruppo classe e suggerendo percorsi e strategie metodologiche utili all’apprendimento dell’alunno con disabilità.

Messa a disposizione dell’insegnante di sostegno: come funziona

ruolo dell’insegnante di sostegno

Secondo quanto rilevato dall’Istat, all’interno dell’ultimo report “L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità – A.S. 2019-2020”, il numero d’insegnanti di sostegno specializzati risulta ancora insufficiente a coprire la richiesta.

Come si evidenzia nel documento, nell’anno scolastico 2019/2020 gli alunni con disabilità nelle scuole italiane sono stati quasi 300.000 (pari al 3,5% degli iscritti), oltre 13.000 in più rispetto all’anno precedente.

Gli istituti sono stati quindi costretti a chiamare i docenti tramite la “messa a disposizione”. Si tratta di una candidatura informale che viene inoltrata agli istituti scolastici dai non iscritti in graduatoria, al fine di ottenere un incarico a tempo determinato e può essere presentata anche senza il relativo titolo di specializzazione.

Un’opportunità importante per quanti desiderano intraprendere la professione dell’insegnante di sostegno: in genere, infatti, gli incarichi di questo tipo sono i primi a essere conferiti, vista la particolare importanza assunta dal ruolo.

Gli effetti della pandemia sulla scuola e sulla professione di sostegno

La pandemia di Covid-19 ha inevitabilmente rivoluzionato il mondo della scuola. L’introduzione della Dad (Didattica a distanza), per quanto abbia consentito di proseguire con l’insegnamento, ha mostrato diverse lacune e a pagarne il prezzo più alto sono stati proprio gli studenti disabili.

Come rilevato nell’ultimo Rapporto sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità 2019-2020 dell’Istat, sono stati 70.000 i ragazzi e le ragazze con disabilità, pari al 23% del totale, a non aver più preso parte alle lezioni con l’inizio dell’emergenza, a causa di problemi pratici legati alla propria condizione, ad esempio la difficoltà a concentrarsi davanti a uno schermo.

Questa situazione si è ripercossa anche sul processo d’inclusione, rendendo più complesso il lavoro degli insegnanti di sostegno.

Per questo alcune scuole stanno organizzando attività specifiche che prevedono la presenza in aula dell’alunno disabile con il solo docente di sostegno e in collegamento da remoto con il resto della classe. Questo modus operandi ha tuttavia generato numerose polemiche: è stato giudicato da alcuni insegnanti come un ritorno alle classi differenziali, che prevedevano aule destinate esclusivamente ad alunni disabili o affetti da disturbi dell’apprendimento, poi abolite nel 1977.

Se la strada da percorrere a oggi non sembra ancora segnata, quello che ci si augura è un ritorno quanto prima alla didattica in presenza per tutti gli studenti, in modo che il processo d’inclusione possa finalmente tornare a dare i propri frutti.