Reporter, fotografe e filmmaker: oggi il giornalismo di guerra è un settore dove le donne primeggiano per capacità, empatia e motivazione. Il segreto? Essere testimoni della Storia senza assumere comportamenti patriarcali, come ci racconta la giornalista e documentarista Laura Silvia Battaglia.

Perché hai deciso di intraprendere questa carriera?

Tutto nasce da un interesse antropologico: mi sono sempre interrogata su quanto l’essere umano si possa spingere in comportamenti e situazioni estremi. Sono cresciuta nella Catania degli anni ‘80: all’epoca c’era il coprifuoco in città ed erano molto frequenti i delitti di mafia. In questo contesto la mia quotidianità era già “vivere all’estremo”. Ho scelto di lavorare come cronista di nera in Sicilia, fino all’attentato alle Torri Gemelle: il giorno seguente avrei dovuto dare un esame all’università, invece passai tutto il mio tempo al lavoro in redazione. In quel momento ho capito che volevo essere lì, dove la Storia si fa. Questo mio desiderio è diventato ancora più forte dopo la morte in Afghanistan della reporter catanese Maria Grazia Cutuli. Così ho deciso: avrei fatto quello che facevo a Catania, ovvero la cronaca, ma anche in posti molto lontani. Ho migliorato le mie competenze come giornalista, ho approfondito la mia conoscenza dell’arabo e delle questioni geopolitiche, infine ho scelto di mettermi alla prova in uno scenario di crisi: per tre mesi ho lavorato come volontaria a L’Aquila dopo il terremoto. Il passaggio successivo è stato fare un corso specifico, con esercitazioni militari, per reporter di guerra. Da lì ho lavorato come giornalista embedded con l’esercito italiano nell’area del Libano, poi in Kosovo, Palestina, Israele e Afghanistan. Ho raccontato le primavere arabe nel 2011 e nel 2012 sono arrivata in Yemen.

La sensazione provata la prima volta che ti sei trovata in uno scenario di guerra?

Io sono una persona molto serafica, calma e razionale. Vivo le mie ansie prima di partire per un reportage: penso sempre se sto pianificando tutto in modo corretto, se la logistica funziona, in alcune situazioni ho fatto anche testamento sapendo di andare in luoghi difficili. È incosciente pensare che te la caverai sempre o che la guerra sia qualcosa di eccitante. La guerra è una condizione dove l’essere umano può arrivare a perdere anche ogni forma di umanità, ad un checkpoint basta una parola o un gesto sbagliati perché tutto precipiti in pochi attimi. Devi sempre sapere che non è un gioco: ti stai assumendo dei rischi per essere testimone della Storia.

Lo stereotipo vuole che il giornalismo di guerra sia un’attività da maschi, salvo rare eccezioni. Ma è ancora così?

La mia generazione, quella fra i 40 e 50 anni, e anche quella successiva testimonia che il numero di donne e, anche la qualità del giornalismo che fanno, è ormai decisamente pari rispetto a quello degli uomini. E uno degli aspetti più interessanti è che, mentre prima le donne che andavano al fronte erano sostanzialmente giornaliste, oggi sono anche fotografe e filmmaker: questo è stato il vero punto di svolta. In passato le colleghe che si presentavano con telecamera o fotocamera, anche in agenzia, venivano un po’ prese in giro. Il pregiudizio voleva che macchine e donne non andassero d’accordo, se non sui poster pubblicitari. Questo stereotipo purtroppo continua ad esistere nei Paesi in via di sviluppo, dove le persone si sconvolgono quando mi vedono lavorare con una telecamera grande. Per loro i mestieri tecnici sono lavori da maschi. In realtà, esiste un esercito di donne reporter che hanno sfidato tanti pregiudizi come la fotografa Lynsey Addario, che ha fatto uno dei suoi migliori documentari in Congo mentre era incinta. Di fatto negli ultimi anni sono state le donne, come Marie Colvin, Lindsey Hilsum, Lyse Doucet o Christiane Amanpour, ad aver raccontato i conflitti. E non si tratta di “belle statuine bionde”, ma di professioniste capaci di avere un ruolo di advocacy, come Clarissa Ward che con coraggio nel 2016 di fronte all’assemblea dell’ONU chiese di smettere di raccontare in modo superficiale la guerra in Siria. Questo significa che ora noi giornaliste di guerra abbiamo un potere “politico” e autorevole, che deriva dall’essere state testimoni degli eventi in quegli scenari. Anche in Italia, la situazione è cambiata: 50 anni fa c’era la Fallaci, ma già all’epoca della guerra del Golfo si occupavano di reporting tante colleghe, ad esempio, Lilli Gruber, Lucia Annunziata o Gabriella Simoni. Inoltre oggi ci sono tantissime giornaliste indipendenti come me, Barbara Schiavulli o Francesca Mannocchi che raccontano i conflitti. Infine bisogna considerare un aspetto importante: in questo ambiente altamente competitivo, noi donne abbiamo cercato quasi sempre di non assumere degli atteggiamenti maschili. Non usiamo la nostra competenza come strumento di potere, ma la mettiamo al servizio degli altri.

Qual è il valore aggiunto del racconto dei reporter di guerra in una situazione di crisi come quella attuale?

È il valore che il reporter ha in qualsiasi altra guerra. Essere testimone della Storia, possibilmente facendolo dalla parte dei civili, sempre i più negletti, coloro che pagano il prezzo di chi la guerra non la fa e non la subisce ma la comanda. Se poi al valore della testimonianza ossia dell’esserci, si aggiunge anche una competenza maturata in anni di osservazione di quel conflitto – ricordiamo che questo conflitto ha origine prima del 2014 – allora il valore aggiunto non è solo contingente e contestuale ma ha più peso per l’ analisi e la prospettiva di approfondimento.

Hai citato la Fallaci, ma ci sono degli altri modelli di riferimento per te?

Per me Oriana Fallaci non è un modello per lo sviluppo del pensiero ideologico. Lei ha vissuto un passaggio storico specifico, ha lottato per essere se stessa e diventare una giornalista di riferimento. Le sono grata perché senza quella lotta io non ci sarei come professionista, ma la deriva del suo pensiero non mi appartiene. Ha valutato con dei parametri del passato un momento storico di cambiamento: provocare l’ayatollah Khomeini togliendosi il velo aveva un senso negli anni ‘70, ma oggi una cosa del genere non avrebbe valore, perché un’azione simile preclude la possibilità di ottenere le notizie. Non si tratta solo di entrare in empatia con alcuni soggetti, ma compiere un gesto simile è pericolosissimo per la tua sicurezza e per quella di chi lavora al tuo fianco. Oggi esistono parametri differenti e l’approccio ad alcune realtà deve essere meno rigido, è necessario andare oltre quello che si vede. Dal punto di vista della scrittura, Fallaci è stata un riferimento per il giornalismo narrativo, ma i miei modelli sono più anglosassoni come Marie Colvin. Ci sono poi colleghe che per me rappresentano un esempio come Barbara Schiavulli, che stimo moltissimo per aver dato un contributo notevole al giornalismo italiano.

Essere una reporter donna è un vantaggio o uno svantaggio per raccontare alcuni tipi di storie?

Una delle cose essenziali da considerare è che, in genere, le donne fanno reporting focalizzandosi di più sulla vita dei civili che sulle grandi battaglie. Parlando di modelli, Anna Politkovskaja ha raccontato i conflitti, unendo cosa accadeva ai civili a una dimensione geopolitica più ampia. In guerra bisogna avere il coraggio di raccontare il “perché” accadono certe cose sul terreno. Detto questo, se le giornaliste non cedono alla tentazione di comportarsi in modo patriarcale – amando il potere in tutte le sue forme – hanno una capacità empatica superiore a quella degli uomini. In alcune zone del mondo poi essere una giornalista donna è un vantaggio: io lavoro soprattutto in Medio Oriente, lì posso avere accesso alla realtà delle donne locali, che è invece preclusa ai miei colleghi. Posso fotografarle, filmarle e avere anche il privilegio di vedere il loro volto. In realtà noi giornaliste non abbiamo problemi neanche con gli uomini, perché ai loro occhi la donna occidentale è una specie di “terzo sesso”, un “animale strano”. Sono incuriositi da noi, questo crea un rapporto utile per raccontare ciò che accade. Personalmente solo una volta sono stata molestata, ma per una motivazione politica: ero in Iran ed ho assistito all’arresto di un ragazzo, reo di aver cantato canzoni d’amore in pubblico. Ripresi la scena e alcuni uomini dei servizi iraniani intervennero, cercarono di molestarmi per evitare che io continuassi a filmare. Non agirono così perché ero una donna, ma perché volevano fermare qualcosa che non era consentito. Nella mia carriera ho intervistato soldati, capi tribù, qaedisti e non ho trovato mai particolari rimostranze. Cerco sempre di studiare il linguaggio del corpo delle donne locali: fingo di adeguarmi ad alcuni standard sociali, così la forma mi aiuta ad arrivare alla sostanza, la notizia.

Hai consigli per una giovane donna che vuole intraprendere la stessa carriera?

Innanzitutto non bisogna scegliere di fare questo lavoro per fama o per soldi. Questa è una strada che ritarderà o renderà complessa la vita personale, ma questo vale anche per gli uomini. Diventa difficile avere relazioni stabili o anche una famiglia, se sei sempre in viaggio e metti a rischio la tua vita. Non che non lo si possa fare, ma devi avere al tuo fianco chi è disposto ad accettare questa scelta fino in fondo. In questo momento storico, poi, tutti sono abituati a puntare il telefono sulla propria faccia e non verso ciò che li circonda. C’è tanto narcisismo, ma questo è un lavoro che bisogna fare per raccontare la realtà e gli altri. Servono molto studio, preparazione e anche una profonda consapevolezza di se stessi: se sei irascibile o se vai in tilt di fronte alle difficoltà, allora il giornalismo di guerra non è la tua strada. Devi comprendere quali sono i tuoi limiti fisici e psicologici, per evitare di metterti in situazioni davvero pericolose. Conoscere le lingue poi è essenziale. Ti aiuta a comprendere il contesto e, a volte, ti permette di salvare la tua vita o quella di qualcun altro. Serve serietà e, di fondo, è necessaria una grande motivazione interiore.