Occupazione femminile in Italia

I rapporti Istat su donne e lavoro nel nostro Paese

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Nonostante i livelli di istruzione alti, il tasso di occupazione femminile in Italia risulta ancora troppo basso: è questa, in sintesi, la situazione del lavoro femminile nel nostro paese, certificata recentemente anche da un report dell’Istat.

La parità di genere in ambito lavorativo, dunque, sembra essere un obiettivo lontano.

Eppure le premesse sono ottime, almeno stando ai numeri: l’Italia, insieme alla Spagna, vanta un’istruzione femminile superiore a quella maschile. Il 64,5% delle donne ha almeno un diploma, percentuale che diminuisce al 59,8% se si osserva il dato della controparte maschile. Le donne che hanno ottenuto una laurea sono il 22,4%, gli uomini solo il 16,8%.

Le percentuali dell’istruzione, però, non riflettono quelle del mondo del lavoro: il tasso di occupazione femminile supera a stento il 56%, mentre quello maschile è oltre il 76%. Il divario, calcolatrice alla mano, è di 20 punti percentuali.

Occupazione femminile in Italia: i dati dell’Istat

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Per fortuna una buona notizia c’è: la situazione generale, per quanto riguarda l’occupazione femminile in Italia, è in continua evoluzione, verso una maggiore integrazione delle donne in diversi contesti professionali. Secondo l’Istat negli ultimi 40 anni il gender gap è diminuito: dal 1977 al 2018 il tasso occupazionale è cresciuto per le donne di 16 punti percentuali, mentre per gli uomini è diminuito del 7%.

Segnali positivi si registrano anche per le posizioni apicali, con un incremento della presenza delle donne nei consigli di amministrazione, o come donne CEO al vertice di realtà aziendali. Nel 2017 è stata superata la soglia del 30% (31,6%, per l’esattezza) delle dirigenze femminili, mentre nel 2019 il valore ha raggiunto il 36,4%. L’aumento di queste percentuali in così breve tempo, è riconducibile all’entrata in vigore della legge Golfo-Mosca del 2011, che prevede parità di quote maschili e femminili nei C.d.a. e nei collegi sindacali delle realtà quotate in borsa o controllate della Pubblica amministrazione.

Le criticità, tuttavia, rimangono: sempre secondo l’Istat, le donne in part time sono il 32,8%; mentre per gli uomini il numero scende a 8,7%, un divario notevole. Il part time femminile risulta non volontario nel 60% dei casi, poiché diventa l’unica alternativa per conciliare vita lavorativa e privata, per l’accudimento di minori e anziani. Si calcola, in particolare, che quattro lavoratrici su dieci a tempo determinato operino in part time.

L’occupazione femminile in Europa

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Il contesto italiano può essere compreso ancora meglio se si guarda all’Europa. Secondo un report elaborato dalla fondazione OpenPolis, l’Italia è al penultimo posto per tasso di occupazione femminile tra gli stati dell’Unione Europea (i dati si riferiscono al 2018). I paesi con il maggior numero di donne occupate sono i seguenti:

  • Svezia: 79,8%;
  • Lituania: 75,5%;
  • Germania: 75,2%;
  • Estonia: 75,1%;
  • Danimarca: 73,7%.

In coda alla classifica ci sono:

  • Romania: 60,2%;
  • Spagna: 59,6%;
  • Croazia: 58,3%;
  • Italia: 52,5%;
  • Grecia: 48%.

Guardando i numeri a livello generale, non mancano le problematiche anche in Europa: secondo i dati dell’Istat, infatti, più sono i figli e maggiore è il divario del tasso di occupazione fra donne e uomini (72% vs 86% con un figlio; 58% vs 86% per tre o più figli). Ancora oggi sono soprattutto le donne a badare alla famiglia e in molti stati della Comunità Europea non sono sufficienti le agevolazioni familiari, ad esempio in materia di congedo parentale.

La percentuale di donne disoccupate in Europa è maggiore rispetto agli uomini: 7,1% contro il 6,6% della controparte maschile.

L’Italia, anche in questo frangente, risulta indietro: l’11,1% delle donne con almeno un figlio non ha mai lavorato, contro la media europea pari al 37%. Nel Sud della penisola la situazione è ancora più critica: una donna su cinque non ha mai avuto un’occupazione.

Non mancano, inoltre, le difficoltà nel rientrare al lavoro dopo la maternità: secondo i dati dell’Ispettorato del Lavoro, nel 2016 sono state 25mila le madri che hanno lasciato il loro impiego dopo il parto, a causa dell’inconciliabilità tra vita privata e lavorativa.
La situazione è quindi complessa anche oltre confine: per approfondire l’argomento sono disponibili dei grafici dinamici dell’occupazione femminile in Italia e negli stati della comunità europea, basati sulle indagini Eurostat.

Occupazione femminile in Italia nel 2020: la sfida del Covid

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Il 2020 si sta rivelando un anno di grande difficoltà economica, legata alla pandemia di Covid-19, che ha avuto ripercussioni anche sull’occupazione femminile in Italia.

Ma già in passato il mondo femminile ha contrastato con maggiore efficacia le situazioni di mutamento sociale ed economico. Ad esempio, le donne hanno retto meglio alla recente crisi, iniziata nel 2007, rispetto al mondo maschile, perdendo meno posti di lavoro e recuperandoli più in fretta.

Questa tendenza è dovuta al fatto che le donne sono soprattutto impiegate in settori – come i servizi (dall’assistenza al segmento del benessere) – solitamente meno colpiti dagli sconvolgimenti economici. Inoltre, la tenacia e la voglia di realizzarsi attraverso il lavoro diventano una spinta in più per affrontare le sfide professionali, acquisendo nuove competenze e investendo nella formazione. Un esempio virtuoso? Il progetto Pro-Woman, in Sicilia.

Tuttavia non mancano i campanelli d’allarme: in un articolo basato su un recente report di Bankitalia, Il Sole 24 Ore sottolinea come eventuali ulteriori chiusure delle scuole a causa del coronavirus e l’incertezza provocata dalla pandemia possano facilitare l’uscita delle madri dal mercato del lavoro (o la riduzione del loro orario) per prendersi cura dei figli.

Eppure, per affrontare le recenti sfide dell’occupazione, dettate dalla situazione di instabilità economica, è fondamentale puntare sul contributo del lavoro femminile, per accrescere la produttività e per introdurre, nella nostra economia, nuove competenze e talenti. Per il Fondo monetario internazionale, con la parità tra uomini e donne l’economia del pianeta potrebbe crescere del 35%.

Una possibile strada da percorrere per dare maggiore spazio al mondo femminile è la gender tax: una tassazione di genere, ovvero differenziata, che mira – come spiegato dall’economista Andrea Ichino in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera – a creare un equilibrio maggiore per quanto riguarda il lavoro dentro e fuori casa, portando ad una suddivisione dei compiti più giusta tra i due sessi. Più cauta la posizione della “collega” Elsa Fornero che, sollevando la questione di uguaglianza costituzionale, sottolinea la necessità di inquadrare questa idea in un regime fiscale revisionato e semplificato. Per raggiungere una proposta davvero più equa e soddisfacente per tutti.