Il part time involontario delle donne

Il part time involontario delle donne

I dati su una riduzione oraria spesso non desiderata

part time involontario delle donne

Una delle problematiche attuali del mercato del lavoro italiano è l’alta percentuale di contratti part time. Se in alcuni casi è una decisione frutto di una libera scelta, spesso questa tipologia di prestazione occupazionale è l’unica opzione possibile per lavorare.
Si parla in questo caso di part time involontario.

Esso affligge però sproporzionatamente le donne rispetto agli uomini: secondo il report di Save the Children “Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2022” e il “Gender Policies Report” dell’INAPP, i nuovi contratti prevedono il part time per il 49,6% delle donne, mentre solo per il 26,6% degli uomini.

Per il 61,2% delle lavoratrici, inoltre, la riduzione dell’orario costituisce una decisione “costretta”. Numeri indicativi, che ricalcano le indagini degli ultimi anni sul part time involontario condotte dall’ISTAT.

Il part time delle donne con figli

Il ricorso alla riduzione oraria sale al 72,9% tra le donne che hanno almeno un figlio. Questo è dovuto a diverse cause: ad esempio, i datori di lavoro potrebbero preferire di non affidare un contratto full time a una donna che, avendo dei figli piccoli, potrebbe avere bisogno di più momenti liberi rispetto a una donna senza figli o a un uomo. Oppure potrebbero essere le donne a dover propendere per il part time perché non hanno alternative, aiuti e sostegni per crescere i figli.

La conciliazione tra vita e lavoro per le donne è una sfida troppo spesso difficile. La scarsità di asili nido, la mancanza di aiuti per servizi di babysitting e la pressoché totale assenza di welfare aziendale fanno sì che le famiglie debbano per forza contare su risorse proprie, siano queste economiche, pagando per esempio una babysitter, o familiari, contando sul grande aiuto che forniscono i nonni.

Se questo non è possibile, le madri (e quasi mai i padri) si trovano costrette a ridurre il proprio orario di lavoro, sebbene in condizioni ideali non lo vorrebbero. La questione part time e donne, incinte o con bambini piccoli, costituisce un tema che costringe le lavoratrici a ripensare profondamente il proprio ruolo, in famiglia e nella società.

I fondi di coesione UE per combattere il part time involontario

È dunque evidente come sia necessario un aiuto pubblico per supportare le donne e non costringerle al part time involontario.

È ciò che ha fatto, tramite i fondi di coesione, l’Unione Europea: tra il 2014 e il 2020, Bruxelles ha stanziato oltre 100 milioni di euro per progetti legati agli aiuti per la maternità, che hanno finanziato principalmente il potenziamento dell’offerta di asili nido, babysitting e doposcuola, oltre all’acquisto di servizi per la prima infanzia e a quello di voucher per migliorare il work-life balance nelle aziende.

Di questi, 28 milioni di euro sono stati dedicati a progetti per le donne disoccupate o inattive. L’assenza di un lavoro può risultare come una fortissima barriera per le donne che vorrebbero avere figli: da una parte c’è la difficoltà economica di mantenerli, ma dall’altra c’è anche il timore che trovare un impiego con un bambino piccolo possa essere molto più difficile.

Compito della politica è attuare misure che riducano al minimo questa situazione di oggettiva ingiustizia.