Pensione anticipata per i caregiver, quando è possibile ottenerla

Pensione anticipata per i caregiver, quando è possibile ottenerla

L’opportunità offerta da “quota 41” per chi assiste persone non autosufficienti

La pensione anticipata per i caregiver

La pensione è un tema complesso e in continua evoluzione, che riguarda tutti i lavoratori. La fase sperimentale di Quota 100 – che permette di ritirarsi a 62 anni con 38 anni di contributi – termina alla fine del 2021 e si rimane quindi in attesa di una nuova riforma previdenziale.

Per alcune categorie di persone, tuttavia, sono già in vigore alcune forme di pensionamento anticipato. È il caso di lavoratori che compiono lavori usuranti, degli invalidi, ma anche dei caregiver che possono essere familiari, oppure persone che si prendono cura di coloro che sono affetti da malattie croniche, da disabilità o da qualsiasi altra condizione che implica la non autosufficienza.

Dobbiamo però fare una precisazione. Con il termine caregiver (letteralmente “la persona che si prende cura”) si intendono, in modo fin troppo riduttivo, sia le persone che si prendono cura di altre non autosufficienti per qualche ora nell’arco della giornata, sia coloro che assistono un congiunto a tempo pieno. L’errore di valutazione nasce proprio dal mancato riconoscimento di questa attività di cura continuativa, svolta, per la maggior parte dei casi, dalle casalinghe che si dedicano a tempo pieno alla famiglia e in modo totalmente gratuito.

La pensione anticipata per chi assiste familiari disabili

assistenza ai familiari

Tra le possibilità offerte dalla legislazione oggi in vigore si ricorda la pensione anticipata, possibile dopo 41 anni di contributi, chiamata anche quota 41.

Una caratteristica fondamentale per accedere a questa agevolazione è aver versato almeno 12 mesi di contributi – anche se non in maniera continuativa – prima di aver compiuto 19 anni. Si tratta di una misura rivolta, quindi, a chi inizia a lavorare presto.

I soggetti che possono fare richiesta per la quota 41 sono:

  • disoccupati per licenziamento o per dimissioni per giusta causa;
  • lavoratori con un’invalidità di almeno il 74%;
  • chi si è occupato di lavori gravosi per almeno sei anni (negli ultimi sette) o sette anni (negli ultimi dieci). Rientrano in questa categoria, ad esempio, conciatori, conduttori di convogli ferroviari e mezzi pesanti, professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere organizzate in turni;
  • addetti a occupazioni usuranti – cioè mansioni particolarmente logoranti, come indicato nel decreto 67/2011, tra cui lavori in galleria, ad alte temperature o di asportazione dell’amianto – oppure che prestano servizio in turni notturni;
  • caregiver.

Per quanto riguarda questi ultimi, possono usufruire della quota 41 solo se assistono il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave da almeno sei mesi (al momento della domanda). Il grado di parentela si allarga fino al secondo grado in condizioni particolari, cioè se il soggetto ha genitori o coniugi oltre i 70 anni, oppure sono invalidi o deceduti.

Gli interessati devono presentare all’Inps la richiesta per certificare i requisiti per godere del trattamento. La domanda deve essere inoltrata entro il primo marzo di ogni anno, anche se possono essere prese in considerazione fino al 30 novembre, ma solo se rimangono le risorse finanziarie adeguate. L’ente previdenziale comunicherà poi l’accoglienza o meno della richiesta. In caso positivo, è possibile inoltrare la domanda di pensione anticipata.

Cambio di residenza, è necessario?

Per accedere ai benefici di quota 41 è necessaria la convivenza con la persona disabile. Ma serve anche la stessa residenza? Come specificato dalla circolare Inps numero 33 del 2018, non occorre cambiare residenza: il requisito della convivenza viene soddisfatto anche con l’iscrizione nel registro temporaneo della popolazione del Comune con rilascio della dimora temporanea.

Una valida alternativa: Ape sociale, l’indennità statale

Per i caregiver c’è anche un’altra possibilità, per quanto riguarda la situazione previdenziale: è il sussidio Ape Sociale.

Si tratta di un’indennità a carico dello Stato erogata dall’Inps introdotta il 1° maggio 2017 e riconfermata almeno per quest’anno con la legge di Bilancio 2021. La misura è rivolta ad alcune categorie di lavoratori meritevoli di una particolare tutela, a patto che vengano rispettati alcuni requisiti anagrafici e contributivi:

  • 63 anni da compiere entro la fine del 2021;
  • almeno 30 anni di contributi;
  • per i caregiver è necessario dimostrare che da almeno sei mesi si assiste il coniuge o un parente di primo grado con handicap grave ai sensi della Legge 104.

L’assegno, che non può superare 1.500 euro mensili, è distribuito in dodici mensilità fino al perfezionamento dei requisiti anagrafici richiesti per la pensione di vecchiaia.

Per accedere a tale beneficio, bisogna per prima cosa domandare all’Inps la certificazione dei requisiti. Nel corso dell’anno sono a disposizione 3 finestre per farlo:

  • entro il 31 marzo;
  • entro il 15 luglio;
  • entro il 30 novembre.

L’accoglimento dipende sempre dalle risorse residue al momento della richiesta. Se tali requisiti sono già stati maturati, si può presentare contemporaneamente la domanda ufficiale per l’Ape sociale.

Cosa cambierà nel 2022?

La nuova legge di Bilancio 2021 ha riconfermato l’APE Sociale anche per il 2021, insieme ad altre misure come Opzione Donna, ovvero la possibilità per lavoratrici e dipendenti che rispondono a determinati parametri di accedere alla pensione anticipata.

Come messo in luce, tra gli altri, dal Corriere della Sera, sono però ancora tanti i dubbi e le incertezze per il futuro. Il nuovo governo Draghi punta a dare vita a una nuova riforma previdenziale che possa essere introdotta allo scadere della non rifinanziabile “quota 100”, in vigore fino al termine del 2021. La misura attualmente consente ai lavoratori che hanno raggiunto 62 anni e 38 anni di contributi di accedere alla pensione, cinque anni prima dei 67 anni necessari per ottenere quella di vecchiaia.

All’interno di questo panorama in continuo cambiamento, le possibilità offerte ai caregiver sul piano previdenziale rimangono un riconoscimento per il loro ruolo tanto in famiglia quanto in società. Si tratta di un impegno talvolta gravoso, che incide anche sulla loro vita lavorativa, senza dimenticare l’impatto psicologico. Per questo è fondamentale pensare anche ad altre forme di sostegno, per un supporto pieno a queste figure così importanti.