Country head per l’Italia di BNY Mellon Investment Management, Stefania Paolo ha saputo farsi strada in un ambiente – quello della Finanza – ancora oggi considerato appannaggio maschile

“Non amo affrontare la questione della parità di genere nei termini di donne contro uomini, perché l’uguaglianza si ha quando c’è un contesto generale di inclusione: è la diversità di per sé che crea valore, anche sul posto di lavoro”. Lo dice Stefania Paolo, Country head per l’Italia di BNY Mellon Investment Management e una carriera di successo in un mondo – quello della Finanza – ancora troppo spesso considerato appannaggio quasi esclusivamente maschile. La sua storia, invece, dimostra come le donne possano dare un contributo fondamentale anche in questo settore.

Ci racconta quale è stato il suo percorso e come è arrivata al suo attuale ruolo?

Sono di origine pugliese, ma Milano mi ha adottata da quando ho deciso di trasferirmi per studiare Discipline Economiche e Sociali alla Bocconi. Ho quindi lavorato per varie aziende multinazionali in ruoli senior nell’ambito delle vendite e del marketing, per entrare poi, nel 2011, in BNY Mellon nel ruolo di Head of retail sales and marketing prima e di Head of sales per l’Italia successivamente. Dal luglio 2019 sono Country head per l’Italia e quindi responsabile delle strategie di business e di distribuzione in Italia a favore di intermediari finanziari, investitori individuali e istituzionali.

Il suo percorso si è quindi evoluto nel tempo.

È stata un’evoluzione che ho vissuto in maniera del tutto naturale. Ho fatto tesoro di tutte le esperienze e le competenze acquisite negli anni per apprendere tecniche all’avanguardia e per gestire al meglio tutto ciò che è connesso al people management. Naturalmente, oltre al mio impegno, ho potuto contare anche su ottimi maestri e su un contesto favorevole.

Ci vuole spiegare meglio in che senso?

Se devo pensare a come sono arrivata a rivestire questa carica penso fondamentalmente a due aspetti. Il primo è più personale: ho affrontato ruoli di crescente responsabilità con tenacia e costanza, ma anche approfondendo e studiando tanto. Non mi sono sentita arrivata, ma, piuttosto, chiamata a fare ancora meglio: una cosa, questa, che ritengo indispensabile per procedere con la propria carriera. Il secondo aspetto è quello dell’ambiente di lavoro, che mi ha senza dubbio aiutato. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di fare parte di aziende al cui centro c’è il merito, che erano e sono contro i pregiudizi e sono a favore della diversità applicata al quotidiano. Ecco, credo che per avere successo la cosa migliore sia trovare una combinazione di questi due aspetti.

Quale valore aggiunto può portare una donna nel suo lavoro?

Potrei dire che le donne portano una maggiore capacità interpersonale e riescono a creare rapporti più solidi nel tempo, cosa che è indubbiamente vera. Ma è la diversità di per sé che crea valore e questo, fortunatamente, è sempre più chiaro per molte aziende.

Le donne in Finanza restano però ancora una minoranza: da cosa crede che dipenda questo gap?

Credo che paghiamo ancora oggi una certa impostazione che deriva dagli anni Ottanta, quando si credeva che l’ambiente finanziario fosse di esclusiva competenza maschile. E poi, in Italia, resta ancora molto radicata la mentalità che sia la donna a doversi occupare della casa, della famiglia e dei figli, e questo porta senza dubbio ad avere meno tempo per dedicarsi alla propria carriera. Ma, invece che focalizzarmi sul passato, preferisco guardare al futuro e, nonostante ci sia ancora molto da fare, è impossibile non notare i tanti passi avanti che si sono fatti a partire dall’inizio degli anni Duemila. Le situazioni e gli esempi virtuosi sono davvero tanti e, soprattutto nell’ultimo periodo, si è assistito a una vera e propria accelerazione in questa direzione, perché aziende, banche e realtà internazionali hanno saputo far loro e applicare i concetti di diversità, pluralità e valorizzazione delle competenze, scoprendo che sono un vero patrimonio. Inoltre, penso che sarà determinante anche il passaggio generazionale, poiché le nuove generazioni hanno introiettato questa idea di diversità. Da quella che per tanto tempo è stata solo forma si passerà alla sostanza a grande velocità. Con vantaggi che già in parte si vedono.

Quali, per esempio?

Lo dicono anche tantissimi studi: nel mondo della Finanza, e non solo, le donne riescono ad affrontare i problemi con una pluralità di approcci diversi e inseriscono in azienda nuovi e diversi background, con un conseguente vantaggio competitivo.

Quali sarebbero, secondo lei, alcune strategie da mettere in atto per favorirne l’ingresso in questo settore?

Puntare su tutte le strategie che favoriscano la diversità di genere. BNY Mellon, per esempio, lo fa a livello internazionale con il Women’s Initiative Network, pensato per l’appunto per dare spazio al talento femminile. Ci sono anche tante attività nel mondo della finanza, come i premi Women in Investement Awards di Investment Week, un format che mira a celebrare e promuovere il tema della diversity e della sostenibilità e di cui siamo stati sponsor quest’anno. Personalmente, poi, faccio parte di DClub, un’associazione che mira a sostenere il ruolo delle donne nel mondo della Finanza, favorendo il networking all’interno e oltre i confini del settore, con un’ottica orientata a 360 gradi, che va dal far conoscere questo settore alle donne a spiegare loro le prospettive future, per arrivare fino alla predisposizione di borse di studio. Un ultimo appunto che mi permetto di fare è che l’attenzione per la diversity dovrebbe essere duplice per l’asset management: da una parte favorendo questo aspetto in organico e in posizioni di vertice; dall’altra, indirizzando i clienti verso quelle aziende e quelle realtà che in questi stessi temi investono.

In questo periodo si è molto sentito parlare molto di smart working. Ritiene che potrebbe essere una risorsa per favorire la carriera femminile?

Sì e no. Durante il lockdown senza dubbio le donne sono state avvantaggiate dal ricorso al lavoro agile perché si sono potute occupare più facilmente delle loro famiglie, ma è altrettanto vero che le tante incombenze domestiche sono diventate una sorta di doppio lavoro. Lo smart working, quindi, non può essere l’unica risposta. Più in generale, poi, penso che questa formula continuerà a svilupparsi, ma che non potrà e non dovrà sostituire completamente la presenza sul luogo di lavoro. Le relazioni interpersonali sono importantissime, ancor di più nel lavoro, e lo smart working è in contrasto con il team building e il pensiero di gruppo, aspetti che sono trasversali a tutte le funzioni. Insomma, l’ultimo periodo ci ha insegnato che siamo diventati più digitalizzati, possiamo sviluppare lo smart working, ma che la parte relazionale è insostituibile.

Come la pandemia di Coronavirus ha impattato sul mondo della Finanza in generale e sul suo lavoro in particolare?

Come dicevo prima, ha impattato in misura maggiore a livello relazionale. Abbiamo dovuto adattarci, proporre attività esclusivamente digitali – dai webinar alle attività di aggiornamento – rinunciando allo stretto contatto che eravamo abituati ad avere con investitori e clienti.

In un contesto così difficile, ha visto e vede anche delle opportunità?

È indubbio che gli eventi funesti siano catalizzatori di cambiamento e così è stato anche in questo caso. Quello del digitale è un trend irreversibile, abbiamo sperimentato che funziona in maniera efficiente anche nei momenti di emergenza: questo, senza dubbio, avrà effetti anche in futuro, efficientando tutti i meccanismi, garantendo una performance migliore a costi ridotti, aprendoci potenzialmente al fare business in tutto il mondo.

Guardando al futuro, quali altri trend importanti vede?

Un altro tema importante è quello della sostenibilità: stiamo investendo molto in questo ambito, sia in progetti orientati in questo senso, sia promuovendo quelle realtà che, come noi, sono attente a questa tematica.