Violenza ostetrica: cos’è e come combatterla

Se la medicalizzazione offende la dignità della donna

Violenza ostetrica, in che consiste e perché combatterla

Violenza ostetrica, cos’è e perché se ne sa così poco? Il tema è tra i più delicati, poiché riguarda uno degli eventi più emozionanti e complessi della vita di una donna: la nascita di un figlio. La maternità è la cosa più naturale del mondo e ogni futura mamma la vive a modo suo.

Eppure quello che dovrebbe essere un momento di grande gioia, il parto, talvolta viene oscurato da una serie di problemi spesso inaspettati: interventi medici eccessivi, cure senza il consenso della madre e mancanza di rispetto della volontà e del corpo della donna.

Si parla allora di violenza ostetrica, un termine ancora poco conosciuto in Italia, apparso per la prima volta in Sud America per diffondersi gradualmente nel mondo anglosassone prima, nel resto dell’Europa poi.

Con questa espressione ci si riferisce in particolare agli abusi subiti nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche. Nonostante il nome, infatti, non si tratta di una violenza perpetrata solo dalle ostetriche, ma può interessare tutti gli specialisti che seguono la donna durante il travaglio.

Inoltre il termine non riguarda i casi eccezionali di malasanità, ma procedure standard, eseguite normalmente, che possono tuttavia andare a ledere la dignità della partoriente.

Osservatorio sulla violenza ostetrica: l’indagine

In particolare, da un’indagine Doxa, realizzata insieme all’Osservatorio sulla violenza ostetrica su un campione di 5 milioni di donne in un arco temporale di 14 anni (2003-2017), risulta che:

  • Il 21% delle madri in Italia dichiara di aver subito violenza ostetrica durante il parto;
  • Il 99% ha partorito in ospedale, ma il 14% non lo sceglierebbe più, mentre un altro 14% sarebbe indeciso se tornare o meno nella stessa struttura per una seconda gravidanza;
  • Il 32% dei parti è stato cesareo, di cui un 15% d’urgenza, un 14% programmato su indicazione medica e il 4% per una scelta personale;
  • Il 41% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito pratiche lesive della propria dignità o integrità psicofisica;
  • Il 33% non si è sentito adeguatamente assistito;
  • Il 54% delle donne ha subito un’episiotomia, ovvero un intervento chirurgico che consiste nell’incisione del perineo volto ad allargare l’apertura vaginale per facilitare l’espulsione del bambino. Per il 61% questa pratica è avvenuta “a tradimento”, ovvero senza aver firmato il consenso informato. Il 15% di queste donne la considera una menomazione dei genitali.

Numeri, questi, che descrivono bene la complessità e i tanti volti del fenomeno.

L’analisi del fenomeno

Le caratteristiche della violenza ostetrica

Quello che emerge da questa indagine è che, nonostante l’Italia abbia ospedali eccellenti e strutture sanitarie con un tasso di mortalità e di morbilità materna e neonatale tra i più bassi d’Europa, si registrano comunque una serie di pratiche, come l’alto tasso di cesarei, che fanno parlare di un eccesso di medicalizzazione.

Le Raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in questo ambito risalgono al 1985 e riguardano proprio le modalità di assistenza al travaglio, al parto e al post partum. Molte strutture sanitarie ignorano però queste indicazioni. Secondo l’Oms, in assenza di una precisa prescrizione medica, sono da evitare i seguenti comportamenti:

  • il clistere
  • la depilazione
  • la rottura delle membrane
  • la posizione obbligata durante travaglio e parto
  • il digiuno e il divieto di bere
  • l’episiotomia
  • le spinte sulla pancia (manovra di Kristeller)
  • il taglio precoce del cordone e la separazione della madre e del neonato dopo il parto.

Sono tante dunque le procedure all’interno di una sala parto che possono far parte della macro area della violenza ostetrica. L’epidurale è una di queste. Forzare una donna a scegliere questo tipo di anestesia è una sorta di abuso nella misura in cui non rispetta la volontà della madre.

Il reato di violenza ostetrica esiste?

Per quanto riguarda la violenza ostetrica, non c’è una legge a riguardo. Ciò però non significa che alcuni atti non possano costituire un illecito. Come denunciare questo problema quindi?

Come detto non esiste ancora una norma che sanziona direttamente questo tipo di abusi, ma il fatto può essere ricondotto ad altre ipotesi giuridiche rilevanti sia in sede civile che penale.

La violenza ostetrica, ad esempio, può essere equiparata alla violenza privata in quanto viene esercitata una coercizione della libertà della donna: costringerla a fare qualcosa contro la sua volontà è un reato punibile fino a quattro anni di reclusione.

Si può tradurre invece nel reato di lesioni personali quando l’intervento sanitario avvenuto senza consenso provoca una malattia nel corpo o nella mente del soggetto.

Infine, la violenza ostetrica può a volte configurarsi come una vera e propria violenza sessuale, che può portare, se provata in sede processuale, a una reclusione tra i cinque e i dieci anni.

Violenza ostetrica, come difendersi

Violenza ostetrica, come difendersi

Al di là dell’ambito giuridico, le donne hanno comunque la possibilità di difendersi da sole contro gli abusi. Come sottolineato sul portale Uppa, le persone hanno infatti il diritto a essere informate sul tipo di trattamento a cui vengono sottoposte, mentre gli operatori sanitari hanno l’obbligo di essere trasparenti sulle procedure attuate.

Più nello specifico, le partorienti possono sempre:

  • chiedere chiarimenti per quanto riguarda i farmaci e le cure;
  • rifiutarsi di fare l’episiotomia;
  • richiedere di assumere la posizione per loro migliore durante il parto;
  • scegliere quando tagliare il cordone ombelicale.

Insomma, conoscere il tema è il primo passo per vivere con maggiore consapevolezza e serenità un momento così delicato e speciale.