“AIPB e CANDRIAM hanno realizzato uno studio che si concentra su un cluster di donne ancora ridotto, ma indicativo, e affronta temi come divario di genere, disparità e strategie per il futuro”

Qual è il rapporto tra le donne e gli investimenti finanziari e come la consulenza in quest’ambito può dare un contributo al superamento degli stereotipi di genere? Sono solo due delle domande alle quali AIPB, l’Associazione Italiana Private Banking, e CANDRIAM, gestore globale multi-asset con focus su investimenti sostenibili e responsabili, hanno risposto nello studio dal titolo “Il valore della donna investitrice: il contributo della consulenza finanziaria per superare gli stereotipi di genere”. L’obiettivo era quello di riflettere sul ruolo delle donne che, in Italia, hanno ampie disponibilità finanziarie e di come anche il loro contributo possa innescare un circolo virtuoso.

Ad approfondire il tema ci hanno pensato Antonella Massari, Segretario Generale AIPB, e Matthieu David, Head of Italian Branch di CANDRIAM.

Segretario Massari, lei ha definito “una emergenza nazionale” la condizione della donna attuale. Ci spiega perché?

Come donna e come rappresentante dell’associazione italiana di un’industria chiave per lo sviluppo degli investimenti nell’economia reale ed il conseguente rilancio del Paese, non posso non vedere che la disparità di genere costituisca uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica. Nel 2020, a causa del Covid che ha colpito duramente alcuni settori dell’industria, sono stati persi 444 mila posti di lavoro, di questi 312mila erano donne, facendo sprofondare il tasso di occupazione femminile, che già era tra i più bassi in Europa, al 48,6% (ISTAT 2020) contro il tasso medio europeo del 62,4%. Solo nel mese di dicembre le donne che hanno perso il lavoro sono state 99mila su un totale di 101 mila nuovi disoccupati. Se partiamo dal presupposto che la metà del Paese è donna, è evidente che marginalizzarla dal lavoro, dai processi decisionali, dalle sedi del potere, sia controproducente e dannoso per tutti: il cielo non si può dividere. Oggi meno del 10% di tutti i dirigenti e quadri occupati in aziende italiane è donna. Ed è chiaro come anche nel nostro settore sia necessario valorizzare il ruolo femminile.

Ci spiega meglio la relazione tra donne e private banking?

Secondo le nostre rilevazioni, il private banking gestisce quasi 1/3 del risparmio delle famiglie italiane, di cui circa 300 miliardi di euro fanno riferimento a donne, decisori finanziari individuali o capofamiglia che gestiscono il patrimonio finanziario familiare. Una cifra considerevole e sorprendente per chi è abituato a pensare che la gestione dei grandi patrimoni sia riservata a capofamiglia di genere maschile. Si tratta del 10% della ricchezza finanziaria privata complessiva del nostro Paese, se consideriamo solo il segmento servito dal Private Banking la percentuale sale al 35%. In un mondo in cui le donne sono fortemente sottorappresentate in tutti i settori, esse rappresentano un terzo del patrimonio gestito dal settore del private banking: addirittura più di quanto siano le masse servite dal private banking riconducibili al segmento di “imprenditori”, che pesa invece per il 20%. Questo peso considerevole delle donne nella detenzione dei patrimoni privati italiani inserisce il Private Banking tra i settori chiamati a riflettere sulla questione femminile.

Cosa è emerso dal vostro studio?

Parliamo di donne che hanno ampie disponibilità finanziarie e occupano posizioni di rilievo nei sistemi sociali ed economico-finanziari del nostro Paese, ma che potrebbero rappresentare un modello aspirazionale su cui riflettere. Donne certo più fortunate, più colte, più attrezzate, ma che hanno sfondato il soffitto di cristallo indicando la via della possibilità alle tante donne che possono ancora emergere e che, come dimostrano i nostri dati, possono contribuire enormemente ad innescare un circolo virtuoso di rilancio economico e riduzione del gap di genere. Se la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro farebbe aumentare il Pil globale di 28 trilioni di dollari (McKinsey) gli effetti di politiche e scelte positive per aumentare l’occupazione femminile potrebbe avere effetti estremamente più rilevanti di politiche attive generiche. Più donne al lavoro, più donne in posti chiave, con ruoli professionali di responsabilità andrebbe naturalmente ad aumentare anche il peso delle donne che investono in economia reale, con effetti a cascata su tutto il sistema.

Ci traccia un identikit della donna investitrice?

La riflessione ci ha portato a intercettare e analizzare quel potenziale femminile fortemente disperso, quel segmento di donne, che definiamo per comodità statistica “di alto profilo”, ossia con elevato standing professionale e una disponibilità patrimoniale ampia, pari ad almeno 250mila euro. Si tratta di un universo che in Italia conta oggi circa 60.000 donne in totale, lo 0,3% della popolazione femminile adulta. Una percentuale sottile, da panda: 60.000 donne che oggi però esprimono una parte importante della ricchezza delle famiglie italiane. Donne che abbattono gli stereotipi di genere sedimentati nel tempo. Donne interessate alla gestione del denaro (l’82% contro il 30% delle donne occupate), che si dimostrano consapevoli delle proprie capacità e competenze per il 75% (contro il 32% delle donne occupate). Sono donne che affrontano la complessità con razionalità e si affidano al confronto, alla condivisione delle scelte, dimostrando un profilo più maturo degli uomini che spesso non condividono le proprie decisioni con altri. Donne che hanno la caratteristica di investire il proprio patrimonio con ottica di medio-lungo periodo, interessate ai rendimenti e alla sicurezza, ma per nulla spaventate dalla complessità. Il profilo ideale di investitore in economia reale. L’analisi in pratica ci dice, che se il rilancio dell’economia può trovare nel risparmio privato un valido sostegno, l’investitore donna può dare un contributo assai rilevante, va protetto e reso più rappresentativo. Come industria abbiamo il dovere di conoscere e servire al meglio i profili della clientela femminile, così come hanno imparato a farlo il settore della moda e della grande distribuzione.

Quali sono secondo lei le azioni necessarie per ridurre il divario di genere e aumentare l’occupazione femminile a tutti i livelli?

Anche come Paese abbiamo il dovere di stimolare l’espressione del potenziale femminile.

Le azioni per farlo sono pratiche e culturali. Le principali direttrici sono, secondo noi: il riequilibrio del gap salariale; l’incentivazione all’imprenditoria femminile; la promozione di una cultura ed educazione economica e finanziaria. Come AIPB e come industria abbiamo la responsabilità e il dovere di osservare il fenomeno e promuovere il cammino verso una reale parità di genere, senza battute di arresto e regressioni. Quel minuscolo ma significativo 0,3% di donne perle rare, che il nostro osservatorio ha intercettato, conforta l’idea che il cambiamento non solo è necessario, ma è possibile.

A fare eco alle parole di Massari, anche quelle di Matthieu David per CANDRIAM.

David, perché avete scelto di collaborare a questo studio?

Anche attraverso questa iniziativa cerchiamo di dare concretezza all’acronimo che dà il nome alla nostra società. CANDRIAM, infatti, sta per Conviction AND Responsibility In Asset Management. La nostra attenzione alla Responsibility, intesa anche come forte impegno verso la sostenibilità in tutte le sue forme, ci ha spinto a individuare l’ambito della ricerca. La parità di genere, infatti, è un tema talmente di cruciale importanza da essere stato annoverato dalle Nazioni Unite tra i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Ciò sarebbe sufficiente già per spiegare la ‘sensibilità’ di CANDRIAM al tema e il nostro auspicio di poter dare – con questa ricerca – un piccolo contributo alla riduzione del gap di genere. L’attenzione e l’impegno in questa direzione è d’altra parte stata già testimoniata da una ricerca che New York Life (azionista di CANDRIAM) ha effettuato negli USA nel 2019.

Qual è la sua fotografia della situazione?

A oltre 70 anni dalla pubblicazione del libro di Simone de Beauvoir ‘Il secondo sesso’ – caposaldo secondo molti per comprendere il ruolo della donna nella società europea – molto è cambiato. L’evoluzione della nostra società ha portato l’universo femminile ad acquisire un ruolo sempre più centrale, che allora poteva essere solo sperato. In tutti i campi (politici, sociali, accademici, economici, scientifici) il ruolo decisionale della donna è cresciuto. Non fa eccezione il mondo della finanza e degli investimenti.

Le donne rivestono un ruolo sempre più importante nel prendere decisioni finanziarie: si impone, quindi, una conoscenza approfondita del loro ‘sentire’, dei loro bisogni ed obiettivi.

A quali conclusioni siete arrivati attraverso questo studio?

La ricerca si concentra su un target molto ben circoscritto, le donne investitrici di alto profilo, per un preciso motivo. CANDRIAM condivide con AIPB la convinzione che esse rappresentino un modello al quale può ispirarsi il più ampio universo delle donne investitrici e risparmiatrici. Sono convinto, inoltre, che in un futuro molto prossimo saranno tra i principali alfieri degli investimenti ESG. A condurle in quella direzione in modo del tutto naturale saranno la loro visione di ampio respiro, lo stile decisionale pragmatico e razionale e la forte convinzione che gli investimenti debbano essere funzionali a progetti di vita. Conoscere bene questo target, accompagnandolo adeguatamente nelle sue decisioni di pianificazione finanziaria, può quindi essere un primo concreto passo di tutto il settore del wealth/ asset management per essere più vicino alle esigenze di domani di tutta “l’altra metà del cielo”.